Piromalli sulla “Terra amara” di Fortunato Seminara


 

 

    Il compianto Maestro Antonio Piromalli, autorevole epigono dei ricostruttori della Storia della letteratura calabrese, in uno dei suoi ultimi scritti, stringati e lucidi, ha rivisitato, con l’amore corregionalistico ma pure con l’onestà mentale di sempre, Fortunato Seminara, il georgofilo scrittore meridionalista e calabrese, di Maropati (rc), forte e incisivo, con nel sangue piastrine socialiste, generatrici di amore e rispetto, viscerali, per deboli e reietti, indigenti e diseredati,  per i servi della gleba, dalla schiena spezzata dalla fatica e non sempre certi di rimediare onestamente i mezzi di sostentamento, più che per se stessi, avvezzi alla sofferenza (quasi un’imposizione del destino!), per i loro marmocchi e il resto delle rispettive famiglie, spesso numerose e con l’obiettivo di fondo (non sempre centrato) di restare “sane”.

   Lo ha fatto con un gradevole, fluido, chiaro saggio breve che fa da Introduzione, fortemente esplicativa e ortodossamente interpretativa, a “Terra amara” (Pellegrini Editore 2005, pp. 183, Euro 15,00), che è l’ultimo “pezzo” (e, quindi, il momento-sintesi) della trilogia che il Seminara, nella requie georgica della sua casetta di contrada Pescano, ha voluto consacrare all’essere, al “farsi”, al modificarsi  della civiltà contadina, per tanti aspetti “dura a morire” o – come, con l’efficacia di sempre, dice Pasquino Crupi – “agli infermi della storica campagna calabrese… non… più destinatari di consolazione e compatimento”.

   Il romanzo, tanto avvincente da scongiurare pause nella lettura, muovendo dagli “sbandamenti” militari, morali e ideologici determinati da quell’imprevedibile 8 settembre, dopo gli sbarchi alleati nella discussa e chiacchierata notte di Cassibile, focalizza le masse bracciantili, coltivatrici e boscaiole che prendono coscienza della loro capacità di agire, lottare e rivendicare, sia pure nei limiti di sommosse e tumulti locali e localistici, ben lontani, quindi, dai movimenti “resistenziali” e di ben più ampio respiro, di cui si avrebbe bisogno nella e per la drammaticità del momento.

   La gente dei campi, decimata da quanti non sono ancora tornati dalla maledetta guerra, si limita a contenere le mene oppressive e i disagi, propiziati dai prepotenti, duri a cedere e, al più, si lascia catturare dall’esigenza-sogno di venire in possesso di un fazzoletto di terra, legato all’esproprio dei terreni incolti o malcoltivati e alla promessa, augurata e attesa frantumazione del latifondo. E’, però, già una grande cosa. Un passo avanti, importante, capace di dare vigore all’intima speranza-certezza del Seminara per il riscatto dei suoi “simili e fratelli” contadini.

   In “Terra amara”, insomma, non ci si trova più dinanzi alla massa rurale, abbrutita dalle privazioni e dallo scoramento, dalla soggezione e dalla paura, che si trova in “Le baracche”, né dinanzi ai crocchi sottili, incerti e limitati che, ne “La masseria”, teorizzano (e solo teorizzano) le rivolte a cambiare l’insopportabile stato di cose. Si direbbe che i tre momenti della trilogia sono legati, talvolta, dai personaggi in comune, con lo stesso nome e cognome; in “Terra amara”, però, spiccano pure, con una naturalezza che incanta, uomini di azione, che non sono parto più o meno proficuo della fantasia dello scrittore, forte e passionale, contadino fin nel cuore e nell’anima; sono protagonisti reali della strenua, anche cruenta, lotta per la conquista della terra: i Gullo, gli Alicata, i Mancini, i Messinetti, gli Spezzano, i Miceli ecc.

   “Il romanzo, per Seminara – spiega il Piromalli – è romanzo di vita e nel giudicare criticamente lo scrittore non si può prescindere da tale finalità della poetica. Il romanzo è un complesso narrativo che rispecchia la complessità sociale; lo scrittore cerca di continuare il filone realista senza badare alla riduzione del romanzo a stile, alla consumazione del genere letterario, alla crisi della narrativa. Egli rappresenta la realtà sociale (che in questo romanzo è il mondo contadino in un momento di crisi politica nazionale, di frattura e di ripudio del fascismo: ciò consente la rivendicazione delle terre) e in essa si intrecciano le vicende di amore e di morte, di personaggi del paese”.

    Come tenere fuori dal narrato, la Storia, allora? Sta qui la grandezza dell’opera di Fortunato Seminara, forse: la commistione voluta di personaggi storici che, certo, nobilita e realizza, i tanti inventati i quali mai travalicano l’essenza e lo spirito dei popolani disseminati nelle campagne della sua Calabria mai dimenticata, neppure quando sul quotidiano socialista di Ginevra, “Travail”, professava la sua ansia inestinguibile per una società, finalmente, equa, tollerante, affrancata.